Oltre i ruoli di genere👬 👭

 

Il pregiudizio di genere è quel particolare atteggiamento che tende a inquadrare la donna come inferiore rispetto all’uomo sul piano fisico, sociale, storico e intellettuale.

La recente teoria su gender che si propone di oltrepassare tutte le barriere e  promuovere l’uguaglianza tra i generi, ha destato, tuttavia, non poche critiche.

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Obiettivo dichiarato della gender theories è quello di “liberare” l’uomo dalla definizione sessuale di sé, per rendersi conseguentemente libero di autodefinirsi sotto ogni aspetto. Alla conquista della libertà si va ad aggiungere quella di uguaglianza: con l’eliminazione della differenza sessuale si andrebbero infatti ad abolire tutte le differenze di genere e le secolari “ingiustizie” che vanno a braccetto con esse.

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L’applicazione di queste teorie comporterebbe,tuttavia una rivoluzione su piano storico, etico e antropologico non indifferente.

Le gender theories si sono diffuse e sono comunque  entrare a far parte di un programma politico attraverso numerose direttive che provengono dall’Europa: il governo d’Oltralpe ha dato l’avvio a un programma sperimentale per i bambini delle elementari chiamato ABCD dell’uguaglianza, in cui si incentivano i bambini a sperimentare e scegliere le diverse entità di genere. In Italia l’UNAR ha recentemente pubblicato gli opuscoli Educare alla diversità nella scuola e in collaborazione con il MIUR ha promosso un nuovo libretto contenente le strategie LGBT per la lotta all’omofobia.

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Gli attacchi più forti, e a nostro avviso, non sempre del tutto obiettivi, a queste nuove istanze arrivano dai conservatori e dalla Chiesa che vedono conseguenze drammatiche legate a queste nuove teorie quali la sovversione delle relazioni sociali, la fine di importanti punti di riferimento quale la famiglia( tradizionale, com’ è intesa oggi) e la formazione di individui sempre più instabili e manipolabili.

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In questo contesto, in continuo movimento e rimaneggiamento diventa fondamentale per l’adulto essere a conoscenza di alcune fondamentali basi scientifiche riguardanti i concetti di genere in età evolutiva.

Kohlberg (1981) ha ipotizzato che il pensiero dei bambini rispetto al genere si sviluppi in parallelo a quello di altri campi cognitivi, suggerendo che prima dei cinque o sei anni il bambino può essere ingannato dall’aspetto fisico delle cose: da questo fattore deriverebbero delle percezioni di genere piuttosto instabili.

Con alcuni studi effettuati su campioni di classi di bambini dai quattro ai sei anni, si ebbe prova, su un piano generale che i bambini sono orientati a favorire il proprio sesso, anche se questo è più marcato nelle bambine rispetto ai bambini e più evidente nei soggetti più giovani – attorno ai sette anni – che nei soggetti più maturi – dieci anni.

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Secondo la Maccoby (1990) il genere andrebbe trattato come aspetto a sé stante dello sviluppo sociale infantile, in quanto costituisce una categoria sociale universale dal momento che si dimostra funzionale alla spiegazione di molte situazioni in cui i bambini si trovano coinvolti. Nel sottolineare la rilevanza dei fattori cognitivi (quali ad esempio l’autocategorizzazione secondo l’identità sessuale e la costanza di genere) Maccoby afferma che la comparsa veramente precoce della segregazione secondo il sesso, può essere ulteriormente ricondotta a differenze degli stili di gioco dei maschi e delle femmine e alle culture distintive che da queste derivano. Se ciascun sesso trova il proprio modo di giocare più compatibile di quello espresso dall’altro sesso, questa differenziazione nella condotta può far da base a ulteriori pregiudizi valutativi anche a livello di atteggiamenti. Il fatto che, in taluni casi, la segregazione contro il sesso avvenga più precocemente nelle ragazze può essere attribuito a una funzione “difensiva” delle stesse alla modalità di gioco più “chiassosa e rude” dei coetanei.

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Esaminando i giocattoli in commercio negli ultimi anni, Lipperini (2007) osserva i blocchi pubblicitari inseriti nella programmazione per ragazzi e nota che i maschi vengono rappresentati mentre giocano con automobiline o action figures, mazzi di carte o giochi che tendono a migliorare la cultura scientifica, mentre le bambine ballano di felicità per le scarpe nuove, cullano bambolotti, anche se sempre più tecnologici, o si rispecchiano nelle bambole tipo Barbie, Bratz o altre creature provenienti dal mondo dei cartoni. L’autrice riporta un saggio della psicologa Francesca Romana Pugelli (2002), che illustra come lo sviluppo del concetto di genere avvenga in tre fasi: fra i nove e i dodici mesi i bambini individuano come diversi i volti di uomini e donne, intorno ai due anni si riconoscono come maschi o femmine, e a tre attribuiscono a un genere le persone che li circondano, anche attraverso abbigliamento e pettinatura. A quattro sono pienamente consapevoli della propria appartenenza. A cinque cercano informazioni sui ruoli di famiglia, a scuola, con i coetanei: (…) durante la crescita acquisiscono sempre maggiori conoscenze relative alla società in cui vivono, molte veicolate attraverso i mass media.

Influenzati dai mass media e dai ruoli riprodotti dal senso comune, i bambini assorbono, parallelamente alla presa di coscienza delle differenze di genere, degli stereotipi forti che immobilizzano i sessi entro dei comportamenti predefiniti.

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Recenti studi e ricerche dimostrano come gli stereotipi di genere siano presenti in modo consistente, oltre che nei media anche negli educational media (Kilbourne, 1999; Signorielli, 2001). Secondo la teoria della frequentazione Gerbner, Gross, Morgan e Signorielli, 1994) più tempo un individuo trascorre con i media più le sue opinioni si rifaranno ai messaggi mediatici; così anche le teorie sociocognitive (Bandura, 1986) sostengono che gli individui imparano attraverso l’osservazione e questa va a influenzare le loro aspettative, le loro ipotesi e i loro comportamenti. Ricerche empiriche( Blair e Sanford, 1999; Brown, Steele e Walsh-Childers, 2002, Herret – Skjellum e Allen, 1996) hanno supportato le precedenti teorie. Le rappresentazioni dei media influenzano le concezioni di mascolinità e femminilità e giocano un ruolo fondamentale rispetto al comportamento verso gli altri e allo sviluppo della propria identità(Huntemann e Morgan, 2001).

Come se non bastasse,il pregiudizio di genere, a differenza degli altri pregiudizi è onnipresente e a volte difficile da scovare perché va a colpire i maschi e le femmine in modi differenti. A scuola ci si aspetta che i bambini si ribellino alle attività e che le bambine siano docili e disposte a lavorare sodo. Gli stereotipi di genere sembrano riproporsi continuamente anche se negli ultimi decenni più donne hanno frequentato corsi di matematica e di scienze e più uomini si sono rivolti all’ insegnamento e al lavori riguardanti la cura della persona. Ricercatori finlandesi dimostrano, attraverso un recente studio, come le percezioni e le valutazioni degli insegnanti siano sistematicamente influenzate dall’ età e dal genere degli alunni, portando a riflettere sugli effetti del pregiudizio sulla qualità della scuola, sul rendimento scolastico e sulla urgente necessità di un’ adeguata e approfondita formazione in primis degli insegnanti (Mullola, Ravaja, Lipsanen, Alatupa, Hintsanen, Joleka, Keltikangas – Jarvinen, 2012, p. 185-206).

Al giorno d’ oggi la questione sessuale rimane tra le più delicate, e ci porta a riflettere su quanto sia diventato imprescindibile educare all’apertura verso l’alterità e al saper collocare le differenze laddove ve ne sono di effettive e a non aspettarsi che a queste differenze debbano seguire dei comportamenti predefiniti.

Ricordiamo alla fine di questo articolo una donna che ha saputo oltrepassare i ruoli di genere e dare un significativo esempio di coraggio alle donne di tutto il mondo:

Malala,studentessa e attivista pakistana è la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace. Nota per il suo impegno, per l’affermazione dei diritti civili e per il diritto all’istruzione — bandito da un editto dei talebani— delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat.

Da non perdere il libro da lei scritto: Io sono Malala, pubblicato l’8 ottobre 2013 dal Corriere della Sera.

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