Libri classici… veicolatori di pregiudizio👥?

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Mari d’inchiostro sono stati usati per definire che cos’ è un classico e quali prerogative lo portano a definirsi come tale, ma nel trattare di pregiudizio non si può fare a meno di notare come la narrativa presenti dannosi preconcetti anche in alcuni dei suoi mostri sacri. In Tom Sawyer, di Mark Twain, accanto al ritratto negativo dell’indiano Joe, prima sospettato e poi effettivamente colpevole di omicidio, si trova questa frase, pronunciata a proposito del negro Uncle Jake: “Qualche volta ho mangiato alla sua stessa tavola, ma non dirlo in giro, sai con la fame non si ragiona”.

In Huckleberry Finn la parola “nigger” (negro) compare più di duecento volte e rappresenta un epiteto razziale comune negli Stati del Sud prima della guerra di secessione, Twain lo usa come facente parte del gergo dei suoi personaggi, ma anche come riflesso degli atteggiamenti sociali esistenti sulle rive del Mississipi alla metà del XIX secolo.

E’ interessante ricordare come in un recente studio vengono analizzate le strategie letterarie e le tecniche linguistiche che alcuni autori usano per presentare i bianchi e successivamente i neri. Attraverso la combinazione di analisi critiche che includono quella intertestuale e ermeneutica, si prova decostruire e a ricostruire il pensiero delle persone bianche riguardo alla razza (Rogers and Christian, 2007).

Conrad e Melville sono criticati perché nelle loro opere non ci sono abbastanza donne o perché vi si proiettano atteggiamenti colonialisti.

I romanzi salgariani e verniani, presentano d’altra parte alcuni evidenti elementi di anglofobia e antisemitismo.

Verne, in particolare, mantiene nei confronti del popolo inglese un atteggiamento ambivalente, ma sostanzialmente ostile, filtrato attraverso la lente deformante del nazionalismo sciovinista: l’Inghilterra è invisa allo scrittore francese per la sua politica coloniale e colonialista, di oppressione e di rapace sfruttamento dei popoli soggetti. Il capitano Nemo ha dichiarato guerra agli inglesi, e nello stesso romanzo i conquistatori assolvono la parte dei carnefici, mentre la simpatia va tutta agli insorti: vittime private di giustizia e libertà.

Collocando cronologicamente i romanzi più imbevuti di avversione per l’Inghilterra, ci si avvede del fatto che coincidono con i maggiori momenti di inasprimento delle relazioni tra Francia e Gran Bretagna. Simile avversità, lo scrittore francese la mostra in differenti momenti storici verso gli italiani e i tedeschi. Come rileva Soriano, i colonizzatori francesi che compaiono nei suoi romanzi sono “simpatici, pieni di idee e di progetti”. In ogni ruolo, i francesi sono presentati come coraggiosi, umani, genialmente creativi, animati da sentimenti patriottici capaci anche di riscattare la colpa, l’errore e persino la follia. Più in generale, Verne, se partecipa con la sua scrittura alla lotta delle nazioni oppresse, non si sottrae a una prospettiva di presunzione etnocentrica e eurocentrica. Il suo impegno si limita infatti a patrocinare la causa delle popolazioni di razza bianca, ma non di quelle di colore, soggette all’espansionismo coloniale europeo.

Alcuni romanzi in cui incorre in notazioni razziste e antisemite sono: Martin Paz, Hector Servadac, Mastro Antifer.

Temi comuni si ritrovano nell’opera di Kipling, cantore dell’imperialismo inglese e della superiorità dell’uomo bianco.

Alcuni romanzi e racconti di Verne traboccano di virulento antisemitismo. Astiosa è la presenza dell’ebreo usuraio, dalle “mani adunche”, in Martin Paz, nel capitolo intitolato significativamente L’ebreo, ovunque ebreo: «L’ebreo Samuele era un uomo dai bassi istinti. Trafficava in tutto e dappertutto: discendeva in linea diretta dal Giuda che vendette il suo maestro per trenta denari (…). Ovunque vi fosse un guadagno da realizzare, si era sicuri di trovare quest’uomo». E ancora: «Samuele era davvero un uomo da trafficare sui sentimenti del cuore come sulle merci indigene». L’ebreo tedesco Isacco Hackhabut in Hector Servadac, racchiude lo stereotipo dell’essere ripugnante nella sua descrizione fisica: «Piccolo, magro, con gli occhi vivaci ma infidi, il naso aquilino, la barbetta giallognola, la capigliatura incolta, i piedi grandi, le mani lunghe e adunche, era il prototipo dell’ebreo tedesco, riconoscibile da tutti […] Era l’usuraio dalla schiena molle, dal cuore vuoto, il rosicchiatore di scudi, l’affamatore». In realtà non era una reale propaganda di antisemitismo, quella fatta da Verne, egli si limitava a riprendere degli schemi caricaturali provenienti dalla letteratura del suo tempo.

In letteratura personaggi dickensiani sembrano veicolare pregiudizi riguardanti l’aspetto fisico come la turpe figura dell’ebreo Fagin o il rozzo e brutale guardiano Tungay dalla gamba di legno, o altri come il gobbo di Notre Dame de Paris, l’ambiguo pirata Silver de L’isola del tesoro, il gatto e la volpe in Le avventure di Pinocchio, minorati per finta, poi per davvero, il bambino ribelle e cattivo nella novella di Verga, Rosso Malpelo.

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Nel romanzo Karen, Marie Killilea   narra la storia di una bambina colpita nei primi mesi di vita da paralisi celebrale e sebbene il romanzo abbia il lieto fine della guarigione, l’autrice non può fare a meno di ricordare gli ostacoli insormontabili che i genitori dovettero affrontare a causa dei radicati pregiudizi nei confronti dei diversamente abili : i genitori di Karen vengono scacciati da una pensione perché, a giudizio della padrona, “solo persone spregevoli e cattive hanno un figlio così”(M. Killilea, Karen, Milano, Bompiani, 1964, pag. 68).

Inoltre non si può fare a meno di notare che in tanti testi illustrati per bambini, in cui la maggior parte dei protagonisti è di sesso maschile; sovente la madre è rappresentata durante occupazioni domestiche, mentre il padre viene collegato a una vera e propria professione; le madri rappresentano la figura affettiva e le bambine sono spesso rappresentate affacciate alla finestra, simbolo di attesa e malinconia, a conferma della loro supposta predilezione per il mondo interiore – non a caso tra i bambini le manifestazioni emotive sono “da femminuccia” e sono sempre presenti dei compiti e dei comportamenti attribuiti ai due sessi. In questo senso, il capostipite dei romanzi per bambine, è paradigmatico: si tratta di Les petites filles modale della Contessa de Segur. Da lei discenderà un filone improntato alle buone maniere che si tingerà di rosa e di moniti più o meno forti a seconda dei tempi, in un universo sostanzialmente immobile. Questo tipo di letteratura per bambine, abbraccia in Italia una folta schiera di scrittrici che vanno da Ida Baccini con la fanciulla massaia, a Haydèè, autrice di una versione femminile di cuori, dalla sentenziosa Vertua Gentile alla versatile Giana Anguissola o a Anna Maria Ferretti i cui romanzi si ispirano a una composta femminilità borghese.

Innumerevoli sarebbero gli esempi da ricordare,ma per il momento vi invitiamo a riflettere su quelli sopra citati…CONTINUA…

 

 

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